UC#1 | Della lingua sul rullante

di Alessandro L. Minnucci

Sono trascorsi quasi vent’anni dal primo poetry slam organizzato in Italia, ma le polemiche intorno al format non accennano a placarsi. Le critiche sono spesso motivate e talvolta condivisibili, ma nella maggior parte dei casi attribuiscono al poetry slam un ruolo troppo importante, quasi egemone, nel dominio della poesia orale, quando invece i risultati più interessanti che la critica dovrebbe indagare sono altri. Il poetry slam infatti è un contenitore, non un genere, e al suo interno possono coesistere diversi stili. Per lo slammer, lo slam ha fondamentalmente tre funzioni:
_permette di entrare a far parte di una comunità di poeti e pubblico;
_permette di fare esperienza sul palco;
_permette di testare alcuni componimenti, in modo da capire quali “funzionano” e quali no.

Può essere definito in questo senso un “laboratorio”, tramite il quale il poeta si prepara alle esperienze successive, vale a dire quelle che si spalancano una volta abbattute le barriere del format (massimo tre minuti per ogni performance, divieto di utilizzare basi musicali). Si entra così nel dominio della spoken word, dove la poesia si contamina con installazioni, recitazione, videoart, musica, beatbox. Alcuni performer si sono formati direttamente nella pratica della spoken word, ma molti altri ci sono arrivati solamente una volta attraversato il terreno del poetry slam che ha permesso loro di acquisire esperienza, contatti, uno stile originale. Il panorama poetico più tradizionale ha finalmente cominciato ad affrontare criticamente la pratica slam – un passaggio a mio parere obbligato per comprendere il fenomeno – ma appare evidente che l’analisi degli spettacoli di spoken word può portare a risultati di gran lunga più interessanti. Come spiega Dome Bulfaro in una recente intervista pubblicata su Minima et Moralia, “c’è sicuramente una necessità di creare una critica, allo stesso tempo emotiva e intellettuale, che abbia degli strumenti idonei e fornisca delle chiavi di lettura per approcciare a tutto ciò che è performance poetry, declinata in spoken word, spoken music…Ma servono strumenti diversi da quelli usati per la scrittura.”[1]
Lo scopo di questa rubrica è appunto quello di scoprire cosa avviene una volta abbattute le barriere del format, prendendo in esame gli spettacoli di spoken word che si stanno sviluppando in Italia e cercando di analizzarli attraverso nuove prospettive che tengano conto della differente natura del fenomeno.

 

Diossido di Cromo:
Matteo Di Genova e Marco Crivelli [2]

Partiamo da questo presupposto: non si vince il Premio Dubito – la più importante rassegna di spoken music in Italia – senza proporre qualcosa di originale e ben costruito. Matteo Di Genova lo ha vinto nel 2017, unendo la propria poesia alle percussioni del musicista Marco Crivelli e svelandone così la componente sonora e ritmica. Come spiega Lello Voce, coordinatore del premio, “la scelta di affidarsi alle percussioni e dunque di mettere allo scoperto il rapporto tra accenti musicali e poetici, tra ritmo dei versi e ritmo dei suoni, è stato assumersi un grande rischio, una scommessa pericolosa: avrebbe potuto funzionare solo se fosse stata perfetta. E lo è stata.” [3] A questo proposito i due sottolineano che la musica non è un tappeto sonoro che fa da accompagnamento o da sottofondo alla voce. Poesia e percussioni sono infatti “due voci soliste contemporanee intrecciate tra loro”,[4] e rispettano la vocazione intermediale propria del genere spoken word.

L’isocronia di accenti linguistici e musicali raggiunge l’estremo nell’Assolo di percussioni in dialetto aquilano (20:25), ma questa compenetrazione è rintracciabile in tutto lo show: nel secondo componimento dello spettacolo, Quanta nostalgia, l’effetto è particolarmente riuscito attraverso un frizzante gioco di riprese, anafore, ripetizioni nel testo a cui corrispondono altrettanti richiami nel tessuto musicale, come accade ad esempio a 4:48 (ora ci rivorrebbe proprio un bell’ / ora ci rivorrebbe proprio un bell’ / ben assestato, mica come questo / ben assestato) o anche a 5:11 (è che non c’è più quel / “è che non c’è più” che c’era prima di quel). Il testo si costruisce su un nonsense che simboleggia l’impossibilità della comunicazione, e procede attraverso la comicità e la parodia fino alla chiusura ironica del finale (a saperlo prima, non saremmo nemmeno partiti).

Questo pezzo, a mio parere tra i meglio riusciti, svela anche le ottime capacità performative di Di Genova; nella maggior parte dei casi infatti “il movimento scenico è codificato al pari delle note e dei versi”, come recita il press-kit dello spettacolo. Altri componimenti in cui l’aspetto teatrale e performativo ha un ruolo preponderante sono Nutro nubi (22:05) e Ammazza (11:12), in cui viene introdotta una critica sociale verso chi diffonde fake news relative all’immigrazione. Anche in quest’ultimo pezzo il rapporto tra poesia e musica è stretto, con il crescendo del rullante che segue la maggiore enfasi della recitazione, come d’altronde accade pure nel componimento che apre lo spettacolo: in Tutte le armi si può notare come lo stesso pattern ritmico, lento a 1:35 (non scaglierò questa freccia nel plexiglass) e 2:03 (e per colpa sua, che ha portato la polizia) si velocizzi poi nel lasso di tempo 2:35-2:57, in armonia con il ritmo della voce, per poi rallentare nel finale a effetto.

Tutte le armi è interessante anche perché è tra i componimenti meglio riusciti a livello testuale e offre uno spaccato su alcuni temi ricorrenti nello spettacolo: un immaginario post-apocalittico fatto di cemento, grigiore e periferia dal quale l’io cerca una via d’uscita (io volevo solo affacciarmi dal ponte e guardare l’orizzonte), ma senza risultato (ma sto scivolando dai diari di altrove / raccontando ad automi di zone autonome) in un deserto di incomunicabilità con un mondo diventato mostruoso (questo glucosio industriale vomitato con costanza da tutti i muri delle principali città italiane) nel quale anche l’ultima tenue speranza di lotta svanisce nel finale, in un destino di solitudine, prigionia e deformazioni (ma è il fatto che te ne vai / mi lasci in manette / e mai resteremo insieme / mai resteremo umani). Lo stesso immaginario fa da sfondo al componimento Tracciati: tra tram, nubi nere, mostri (abiti un mostro che incrosta la pelle) la stessa incapacità di rapportarsi al nuovo che avanza come una rana e di tornare al passato (essere vetro, essere carta / ma non riuscire ad essere organico) si conclude con la nostalgia per un antico legame ormai svanito (L’era in cui eri / l’oro che ero / che piomba in piombo e cinerei cieli), degenerato in una rovina di cui la città è specchio (come città grandi: per carità grande, ma decadente).

La poesia di Di Genova tratta di solitudine, di incomunicabilità di fronte a un mondo ridotto a eco-mostro di plastica e lamiere (è la ruggine che tiene insieme queste lamiere). Le sole vie d’uscita da questa condizione sono l’immaginazione e i rapporti umani che – nonostante gli esiti negativi nelle poesie precedenti – regalano invece un lieto fine in Branchi di piccoli intellettuali colorati. Il grigio della periferia lascia finalmente spazio ad un caleidoscopio di colori nel quale la mente si immerge (e la pelle di futuro verde chiaro fluorescente / giallo trasparente e viola elettrico / io / sogno), un turbinio di immagini vorticose che poi si interrompe in un istante di riconoscimento estatico (e poi ci sei tu / che meravigliosamente vibri / e vibri allo stesso ritmo frammentato / frastagliato / […] e la pelle di futuro / verde chiaro fluorescente / giallo trasparente / e viola elettrico / al quale vibro io). Il legame io-tu è finalmente recuperato (guardiamo nella stessa direzione / ci muoviamo allo stesso ritmo) attraverso il contatto con questo paesaggio colorato, onirico, dove gli occhi “stanno sognando contemporaneamente sia quello che potremmo essere che quello che ci dimentichiamo di essere” nascosti al riparo di un “paio di occhiali da sole / che mi hai regalato tu”.

Anche il pezzo che chiude lo spettacolo, Il demone delle generazioni, si rivolge a un tu poetico che però non è più “altro” bensì io antico, giovinezza: “mi domanderò dove sei corso a ripararti […] Mi nasconderò negli antri, nei seminterrati / insieme a vecchie copie di fumetti anni ’90 / e tenterò di rievocarti”. L’immaginario post-apocalittico che aleggia nell’intero spettacolo si ribalta attraverso il malinconico finale, che si scioglie regalando un ultimo verso carico di speranza (e penserò soltanto “cavolo s’è fatto tardi! / Mi ero distratto un secondo ed è diventato giorno / Senti? È il rumore del mondo che funziona ancora.)

Dopo aver affrontato nello specifico i vari componimenti, vale la pena fare qualche considerazione generale sullo spettacolo: intanto la destinazione più appropriata sembra appunto quella del teatro (o al limite contesti ibridi come ad esempio il DAS di Bologna), mentre mi sembrano meno appropriati i festival musicali (mi riferisco a quelli di genere indie, che recentemente stanno ospitando poetry slam e che sono visti come possibile sede futura di spettacoli di spoken word). Sia chiaro che questa opinione riguarda esclusivamente lo spettacolo Diossido Di Cromo, non i performer – Matteo di Genova ha recentemente aperto un concerto di Salmo, uno dei più conosciuti rapper italiani, ed ha perciò tutte le capacità per rapportarsi ad un pubblico del genere. A questo proposito poi, è praticamente assente il coinvolgimento del pubblico come protagonista della pièce, caratteristica presente in altri spettacoli di Di Genova (Dixit) ma assente in Diossido di Cromo probabilmente a causa della complessità dello show. Non mi pare poi realizzabile una pubblicazione esclusivamente scritta dei testi (solamente Il demone delle generazioni e forse Branchi di piccoli intellettuali colorati reggono ad un’eventuale sottrazione di musica e performance), ma nemmeno la traccia audio rende giustizia a dei componimenti che poggiano così fortemente sulla dimensione teatrale (anche se i due artisti stanno sviluppando un progetto in tal senso, e mi auguro perciò di essere smentito). In sintesi si tratta di uno spettacolo di spoken word piuttosto complesso, dove poesia-musica-recitazione intrattengono un rapporto talmente saldo e ben costruito che qualsiasi sottrazione di una delle tre componenti corrisponderebbe ad un impoverimento del pezzo. Ciò che mi sorprende è anche l’unità tematica che lega i singoli componimenti: un’atmosfera corrosiva di ruggine e nubi sparse che riempie tutto lo spettacolo concedendosi solo qualche attimo di respiro attraverso la fantasia. Diossido di Cromo è un viaggio nell’incomunicabilità tra uomo e città divenuta eco-mostro, ma anche tra uomo e uomo (Ammazza), e persino all’interno della lingua stessa (Quanta Nostalgia). Una componente fondamentale di questo viaggio è appunto la nostalgia, come abbiamo avuto modo di vedere esaminando i pezzi e come dimostra anche la scelta del titolo dello spettacolo: il diossido di cromo è infatti il materiale con cui vengono costruiti i nastri delle audio cassette, “uno strumento passato velocemente di moda, ma rimasto nelle memorie d’infanzia dei nati tra gli anni ’80 e i primi ’90. Un oggetto legato soprattutto al concetto di ‘viaggio’, essendo utilizzato principalmente come supporto per le autoradio durante le vacanze, ma legato molto anche al concetto di amicizia e creatività, venendo fino alla metà degli anni 2000 ancora impiegato come strumento di autoproduzione di compilation”.[5] Il viaggio di Diossido di Cromo si snoda tra deserti di solitudine, periferie arrugginite e senza voce dove il potere della parola si è esaurito, attraversa la nostalgia di ciò che eravamo (l’era in cui eri, l’oro che ero) per poi concludersi dove era iniziato, in uno scantinato tra i pupazzi di Spiderman e i fumetti anni ‘90, con la dolce e allo stesso tempo amara consapevolezza che – nonostante tutto – il mondo [..] funziona ancora.

di Alessandro L. Minnucci

 

NOTE

[1][SIC], Francesca Sante, Sull’editoria di poesia contemporanea-#7: Dome Bulfaro, pubblicato in Minima Et Moralia, 23/05/2019, consultato il 14/11/2019. http://www.minimaetmoralia.it/wp/sulleditoria-poesia-contemporanea-7-dome-bulfaro/

[2]NB: la performance esaminata è quella che si è svolta presso l’Auditorium del Parco, L’Aquila, 22/03/2019, (https://www.youtube.com/watch?reload=9&v=5GQdATU3MP4&feature=youtu.be), ma altre considerazioni si riferiscono alla performance che si è svolta presso il DAS, Bologna, 28/05/2019, a cui l’autore dell’articolo ha assistito personalmente.

[3] Ruggeri Dimitri, A Di Genova e Crivelli il Premio Dubito 2017, pubblicato in Slamcontempoetry, Gennaio 2018.

[4][SIC], Stringi i denti e bruci dentro, Poesia, musica e dissenso. Materiali dal Premio Dubito 2017, a cura di Marco Philopat e Lello Voce, Agenzia X, Milano, 2017, p.80.

[5]Presskit dello spettacolo

 

Grafiche presenti nell’articolo – 7OI
Foto di Francesco Corsinovi, scattate presso CO2.0 Festival a cura di FumoFonico e Zoopalco.

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